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La procrastinazione: perché non è pigrizia


Ragazzo che dorme Giorgia Ferrucci

Procrastinazione: non è pigrizia, è paura


C'è una cosa che si sente dire spesso sulla procrastinazione: è un problema di disciplina. Di forza di volontà. Di pigrizia. Non si tratta di questo e continuare a crederlo è esattamente il meccanismo che impedisce di uscirne.

La procrastinazione non è un difetto di carattere. È una strategia di sopravvivenza. Controproducente e spesso dolorosa, ma una strategia di difesa. Il sistema nervoso sta cercando di proteggersi da qualcosa. Ma da che cosa ci si protegge?


La maggior parte di chi procrastina non sta evitando il compito. Sta evitando quello che il compito fa sentire. L'ansia che arriva quando si pensa a quella cosa da fare. Il disagio di non sapere da dove iniziare. La sensazione che se ci si prova davvero e non riesce, sarà una conferma di qualcosa che già si teme di sé.


Aprire quel documento, mandare quella email, iniziare quel progetto porta con sé paura del fallimento, paura del giudizio, paura di non essere abbastanza. Il cervello, di fronte a una minaccia emotiva, fa quello che sa fare meglio: rimanda. Lo scroll infinito, la casa che improvvisamente va pulita tutta come priorità assoluta, iniziare dieci attività e non portarne a termine nemmeno una non sono distrazioni casuali. Sono regolatori emotivi che abbassano l'ansia nel breve termine e nel lungo termine la moltiplicano.


Più si rimanda, più percepiamo il compito grande e faticoso. Più diventa grande, più l'ansia sale. Più l'ansia sale, meno ci si riesce ad attivare. Meno ci si attiva, più arriva il senso di colpa e quest'ultimo paralizza completamente. Si tratta di un loop evidente.

Qui entra in gioco la paura del fallimento: se non si prova, non si può fallire. Restare fermi è più sicuro che rischiare. Poi arriva la paura del giudizio: cosa penseranno gli altri se non è perfetto? Meglio non consegnare che consegnare qualcosa di imperfetto.


Non si tratta di trovare la tecnica giusta per essere più produttivi. Si tratta di imparare a stare con la sensazione di disagio invece di evitarla a tutti i costi.

Non pensare: "scrivo la tesi", pensa: "apro il file." Non pensare: "faccio la dichiarazione dei redditi", pensa: "comincio a scaricare alcuni documenti." Il cervello in ansia ha bisogno di passi così piccoli da sembrare quasi sciocchi. Altri consigli pratici:


Mettere le cose in agenda. Un compito che non ha un posto preciso nel tempo non esiste. Pensare: "devo farlo" non basta. Apri l'agenda e assegna a quel compito un giorno, un orario, una durata. Trattarlo come un appuntamento reale.


Fissare obiettivi realistici, non ambiziosi. Uno degli errori più comuni è pianificare troppe cose. La lista infinita di cose da fare in un giorno genera solo ansia e a fine giornata, quello che non si è fatto pesa più di quello che si è fatto. Meglio tre cose che si riescono davvero a completare che dieci che restano a metà.


Cronometrare le attività. Chi ha uno scarso senso del tempo tende a sottostimare quanto ci vuole per fare le cose e quindi a pianificare male. Un esercizio utile è cronometrare le attività quotidiane per una settimana: quanto ci vuole davvero per rispondere alle email, per preparare una presentazione, per fare la spesa. Avere dati reali aiuta a costruire una pianificazione che regge.


Premiarsi quando si rispetta la tabella di marcia. Il cervello impara per rinforzo. Se ti concedi un piccolo premio ogni volta che completi tutti gli impegni previsti in una giornata avrai più motivazione a continuare ad essere costante.


Dare nome all'emozione prima di iniziare. "Sto rimandando perché c'è paura di non farcela." Riconoscere l'ansia non la elimina, ma la ridimensiona.


Togliere la perfezione dall'equazione. Fatto è meglio di perfetto, non come slogan motivazionale, ma come motivazione quotidiana. Una prima bozza brutta è infinitamente più utile di un foglio bianco perfetto.


Osservare senza giudicarsi. Ogni volta che ci si sorprende a rimandare, vale la pena fermarsi un secondo. Non per colpevolizzarsi, ma per chiedersi: "cosa sto evitando di sentire adesso?". "Qual è il passo più piccolo che posso fare adesso?"



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