Piangere fa bene e non è una debolezza
- Dott.ssa Giorgia Ferrucci

- 14 lug
- Tempo di lettura: 4 min

Piangere genera cambiamenti nel corpo.
C'è una scena che in molti conoscono. Si è soli in macchina, o sotto la doccia, o nel letto con la luce spenta. E finalmente si lasciano andare le lacrime, si piange. Non perché sia successo qualcosa di nuovo, ma in quel momento abbiamo lo spazio di essere noi stessi senza spiegazioni. Non c'è nessuno davanti cui mettere una maschera e fingere che vada tutto bene. Possiamo lasciare andare le emozioni trattenute sciogliendo finalmente le briglie.
E dopo, stranamente, ci si sente più leggeri. Non è un caso, si tratta di una reazione fisiologica e psicologica. È il corpo che fa esattamente quello che deve fare, quando glielo si lascia fare. Ovvero svuotarsi da una serie di emozioni troppo intense per essere contenute.
Prima di parlare di cosa fa il pianto, vale la pena chiedersi perché si fa così fatica a lasciarlo uscire. Fin da piccoli impariamo che piangere è un gesto di debolezza, di cui vergognarsi, una manifestazione di negatività o pesantezza riversata su chi ci sta intorno. "Non piangere". "Dai, su, non fare così, non è niente". "Non fare la femminuccia". "Non esagerare". Non so a voi, ma a me queste parole risuonano nella mente come se fossero l'undicesimo comandamento, ripetuto così tanto da farlo entrare e farne una regola.
Messaggi apparentemente innocui che nel tempo diventano una convinzione profonda: le lacrime vanno trattenute. Mostrarle è debolezza. Chi piange perde il controllo.
C'è anche una componente culturale. In molti contesti, anche lavorativi, le emozioni vengono percepite come rumore di fondo, come qualcosa che interferisce con la razionalità, con la resa, con l'efficienza, con la produttività. "I panni sporchi si lavano a casa". "Al lavoro non si portano i problemi personali". Chi piange viene visto come instabile, poco professionale, troppo sensibile. E così si impara a fare la faccia di pietra. A deglutire. A rimandare.
Il problema è che rimandare non significa risolvere. Il risultato è che molte persone arrivano all'età adulta con una capacità notevole di reprimere il pianto e una scarsa capacità di elaborare le emozioni che quel pianto voleva esprimere.
Trattenere le lacrime non fa sparire quello che c'è sotto. Lo sposta nel corpo, nella tensione, nei sintomi da somatizzazione. Lo stress che non si scarica trova altre strade e, quasi mai, sono strade più gentili. Può diventare cefalea, tensione muscolare, insonnia, irritabilità cronica. Il corpo tiene il conto anche quando la mente cerca di non farlo.
Il pianto non è solo un'espressione emotiva. È una risposta fisiologica complessa che il corpo ha sviluppato per un motivo preciso: regolare.
Quando si piange per ragioni emotive, le lacrime contengono cortisolo, l'ormone dello stress, e leucine encefaline, sostanze con effetto analgesico. Il corpo letteralmente espelle lo stress attraverso le lacrime.
Piangere attiva il sistema nervoso parasimpatico, abbassando la frequenza cardiaca e rallentando il respiro. È per questo che dopo un pianto liberatorio si sente una stanchezza dolce, quasi un rilassamento. Non è debolezza. È il sistema nervoso che torna in equilibrio.
C'è anche un effetto sul respiro: il pianto produce una serie di inspirazioni profonde e involontarie, i singhiozzi, che ossigenano il sangue e aiutano il corpo a regolarsi ulteriormente. È il meccanismo opposto all'iperventilazione da panico.
Sul piano psicologico, il pianto svolge una funzione ancora più importante: aiuta a elaborare.
Le emozioni che non vengono sentite non spariscono, si cristallizzano. Restano lì, sospese, in attesa di essere riconosciute. Il pianto è uno dei modi in cui la mente riesce a muoverle, a dargli un peso reale, a iniziare a integrarle.
Chi piange non sta perdendo il controllo. Sta elaborando. Sta permettendo a qualcosa di pesante di passare attraverso, invece di tenerlo dentro e portarselo dietro.
C'è anche una dimensione relazionale importante: piangere davanti a qualcuno di fiducia crea connessione. Segnala vulnerabilità e la vulnerabilità, quando c'è un terreno sicuro, avvicina, unisce. Mostrare le lacrime a qualcuno che si ama è uno degli atti di intimità più profondi che esistano. Non è perdere il controllo davanti all'altro, è scegliere di essere visti davvero. Alcune ricerche in ambito psicologico suggeriscono inoltre che il pianto aiuta a distinguere e nominare le emozioni, un processo che si chiama differenziazione emotiva. Chi riesce a piangere tende ad avere una vita emotiva più ricca e articolata, perché le emozioni hanno avuto modo di uscire, di essere riconosciute, di depositarsi.
C'è un'idea diffusa che chi piange sia fragile. In realtà è quasi sempre il contrario.
Piangere richiede di abbassare le difese. Di smettere di controllare. Di permettere a qualcosa di reale di uscire. In un mondo che premia chi "sta bene", chi non si lamenta, chi va avanti senza fermarsi, permettersi di piangere è un atto di forza, di coraggio e di onestà verso sé stessi. È riconoscere che qualcosa fa male, che qualcosa pesa, che si è umani.
C'è anche l'altro lato: chi vorrebbe piangere ma non ci riesce. Chi sente il nodo in gola ma le lacrime non escono. Chi ha trattenuto così tanto e così a lungo da aver perso il contatto con quella parte di sé.
Non significa che non si sente niente. Significa che le difese sono diventate molto spesse. A volte è il risultato di anni di messaggi, subliminali e non, che dicevano che piangere non andava bene. A volte è una forma di protezione da emozioni che sembrano troppo grandi da tirare fuori, troppo grandi da guardare in faccia e, quindi, è più sicuro non aprire quella porta. Alcune persone trovano che certe canzoni, certi film, certi libri facciano da porta laterale, un modo indiretto per avvicinarsi a qualcosa che di fronte è troppo difficile da guardare. Si tratta di un'ottima strategia per triggerare le emozioni.
La prossima volta che arriva la voglia di piangere e scatta il riflesso di trattenerla, vale la pena fermarsi un secondo. Non perché bisogna sempre cedere alle lacrime. Ma perché possiamo provare a chiederci cosa stiamo sentendo in quel momento ed è già un buon inizio. Il pianto è il corpo che chiede di essere ascoltato. È la mente che cerca di elaborare qualcosa che da sola non riesce a portare.
Ascoltarsi con pazienza, senza giudizio, senza fretta è sempre il punto di partenza.
Grazie per aver dedicato il tuo tempo a questa lettura.
Spero che l'articolo ti sia stato utile.
Un caro saluto.




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