La sindrome dell'impostore
- Dott.ssa Giorgia Ferrucci

- 1 giorno fa
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Sindrome dell'impostore: e se stessi ingannando tutti?
Quel pensiero sabotante che arriva dopo un successo, dopo una promozione, dopo un complimento importante. Prima o poi si accorgeranno che non sono abbastanza. Che è stata fortuna. Che non merito davvero quello che ho.
Se quel pensiero è familiare, non è un segnale di inadeguatezza. È un segnale che probabilmente si conosce bene la sindrome dell'impostore, anche se non si sapeva come chiamarla.
La sindrome dell'impostore non è una diagnosi clinica. È un pattern psicologico, una tendenza a non riconoscere le proprie competenze come reali, ad attribuire i successi a fattori esterni come la fortuna, il caso, il momento giusto, la simpatia altrui e a vivere con la paura costante di essere "smascherati".
È stata descritta per la prima volta negli anni Settanta dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes. Da allora la ricerca ha mostrato che colpisce trasversalmente, in ogni genere, età e ambito professionale.
Ci sono contesti in cui è più frequente: gli ambienti altamente competitivi, dove il confronto con gli altri è costante e il margine di errore percepito è zero. Le professioni creative e intellettuali, dove il valore del lavoro è difficile da misurare oggettivamente.
E chi è cresciuto con aspettative molto alte, famiglie in cui il rendimento era centrale, in cui l'amore sembrava condizionato ai risultati, in cui sbagliare aveva un costo emotivo elevato.
In questi contesti, il successo non viene interiorizzato come proprio. Viene vissuto come qualcosa di precario, temporaneo, non meritato, che potrebbe essere tolto da un momento all'altro.
La sindrome dell'impostore è particolarmente insidiosa perché si nutre di tutto, anche dei successi, e quindi si autoalimenta. Si ottiene un risultato e invece di attribuirlo alle proprie competenze, lo si attribuisce alla fortuna o alle circostanze. L'autostima non sale. La paura di essere scoperti resta. Per compensare, si lavora di più, ci si prepara di più, ci si perfeziona di più e quando arriva il prossimo successo, il pensiero è: certo, ce l'ho fatta perché mi sono preparato tantissimo. Non è che sono bravo davvero.
Il ragionamento è impermeabile alla realtà. I successi non contano perché vengono squalificati. Gli errori contano moltissimo perché confermano quello che già si teme. È un sistema chiuso che non lascia entrare prove contrarie. Una tesi che non può essere smentita.
C'è anche un paradosso sottile: spesso chi soffre di sindrome dell'impostore viene percepito dagli altri come competente, affidabile, capace. Il gap tra come ci si vede e come si viene visti è enorme, ma difficile da colmare, perché i complimenti vengono respinti o minimizzati prima ancora di essere assorbiti.
Oltre ai contesti già citati, ci sono alcuni profili che tendono a sviluppare questo pattern più facilmente. Chi ha imparato da piccolo che il valore dipende dalla performance. Se l'amore e l'approvazione erano condizionati ai risultati, i voti, il comportamento, l'essere "bravi", è naturale crescere con la sensazione che il proprio valore vada guadagnato ogni volta. Che non sia mai acquisito una volta per tutte.
Chi è il primo della famiglia a raggiungere certi traguardi. Entrare in un mondo nuovo, un certo livello universitario, un certo ambiente professionale, una certa classe sociale, senza avere modelli di riferimento familiari può generare una sensazione profonda di non appartenere davvero.
Chi si trova in minoranza nel proprio ambiente. Essere l'unico o l'unica in una stanza omogenea amplifica la sensazione di dover dimostrare continuamente di meritare il posto che si occupa.
Chi ottiene un posto di lavoro o un privilegio grazie alla condizione della sua famiglia. Sentrisi dire dagli altri "tanto sei lì perchè sei figlio di..." oppure "non saresti mai in questa posizione se non fosse per..." ti porta a pensare di aver avuto la strada più facile, spianata e quindi di non esserti meritato come gli altri il posto che ricopri. In questo caso, ricorda che la parte fondamentale non è da dove siamo arrivati, ma come svolgiamo i nostri compiti.
Per uscirne non esiste una soluzione rapida. Ma ci sono alcune cose che aiutano davvero.
Darle un nome. Sapere che esiste, che ha un nome, che colpisce moltissime persone capaci e realizzate è già un primo passo importante. Non si è soli, e soprattutto non si è inadeguati: si ha un pattern che si può riconoscere e su cui si può lavorare.
Tenere un registro dei successi. Non per vantarsene, ma per avere una prova concreta contro la voce che dice che è stata solo fortuna. Annotare cosa si è fatto, cosa si è imparato, cosa si è risolto. Il cervello tende a dimenticare i successi e a ricordare gli errori, tenerli scritti bilancia la prospettiva.
Imparare a ricevere i complimenti senza respingerli. Invece di "grazie ma è stato facile" o "è stata fortuna", provare con un semplice "grazie." Non è arroganza. È permettere alla realtà di entrare.
Separare il valore dalla performance. Questo è il lavoro più profondo e spesso richiede un percorso. Riconoscere che il proprio valore non dipende dall'ultimo risultato, che un errore non cancella tutto quello che si è costruito, che si può essere abbastanza anche nei giorni in cui non si eccelle.
Parlarne. La sindrome dell'impostore prospera nel segreto. Scoprire che anche chi si ammira sente le stesse cose, che anche le persone che sembrano sicure di sé hanno gli stessi dubbi, è spesso la cosa più liberatoria di tutte.
Sentirsi un impostore non significa esserlo. Significa che una parte di sé non ha ancora imparato a riconoscere quello che l'altra parte ha già costruito e quella parte si può educare, con pazienza, con prove concrete, con qualcuno che aiuti a vedersi in modo più onesto e più gentile. Il posto che si occupa non è stato rubato. È stato guadagnato. Anche quando si fa fatica a crederci.
Grazie per aver dedicato il tuo tempo a questa lettura.
Spero che l'articolo ti sia stato utile.
Un caro saluto.




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